E allora perché Bella Ciao?

Lo scambio del dopoguerra

Per tutta la guerra, Fischia il vento è la canzone della Resistenza. Nelle interviste degli storici (Bermani, Pivato), i partigiani sopravvissuti la nominano per prima — Bella Ciao arriva molto dopo nei loro ricordi. Cosa è successo nel dopoguerra?

Tre cose, insieme. Una: la melodia di Fischia il vento è la Katjuša, sovietica e esplicitamente comunista. Negli anni della Guerra Fredda diventa scomoda — l'inno ufficiale di una Resistenza che la nuova Italia democristiana vuole raccontare come «di tutti». Due: il testo cita «il sol dell'avvenir», un'espressione del lessico socialista. Anche questo crea distanze. Tre: Bella Ciao — adottata da alcune brigate ma molto meno cantata in guerra — ha una struttura più trasversale. Parla di un uomo che parte per non tornare e chiede di essere ricordato. Va bene per tutti.

Così, dal Festival di Spoleto del 1964 in poi, è Bella Ciao a diventare l' inno della Liberazione condivisa — e Fischia il vento scivola nel canto di una sola parte, quella dei reduci comunisti, dei centri sociali, della memoria delle Brigate Garibaldi. Una canzone non meno importante. Solo meno «di tutti».