Le donne nella Resistenza

Spesso dimenticate: erano staffette (portavano informazioni, armi, viveri sotto le gonne), infermiere, combattenti. Tina Anselmi, Iris Versari, Joyce Lussu, Carla Capponi. Molte furono torturate, uccise, deportate. Dopo la guerra l'Italia avrebbe dovuto ricordarsele meglio di quanto abbia fatto.
Si stima che oltre 70.000 donne abbiano partecipato attivamente alla Resistenza. Di queste, circa 35.000 furono partigiane combattenti, oltre 20.000 patriote (sostegno alla rete), 4.653 arrestate, 2.750 deportate nei Lager tedeschi, 623 uccise in combattimento o fucilate per rappresaglia. 16 donne ricevettero la Medaglia d'Oro al Valor Militare, 17 furono elette poi all'Assemblea Costituente nel 1946.
Volti specifici della Resistenza al femminile:
- Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 1927-2016) — staffetta a 17 anni dopo aver assistito all'impiccagione di 31 prigionieri italiani per mano nazista. Diventerà la prima donna ministro della Repubblica italiana.
- Iris Versari (Forlì) — combattente nel Battaglione "Corbari", si suicidò il 18 agosto 1944 piuttosto che essere catturata dai fascisti. Il suo corpo fu esposto ad Aprile in Forlì insieme a quello del compagno Silvio Corbari.
- Carla Capponi (Roma) — Medaglia d'Oro, partecipò all'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944, che fu il preambolo della rappresaglia delle Fosse Ardeatine.
- Joyce Lussu (Firenze) — antifascista azionista in esilio in Francia, scrittrice e traduttrice. Moglie di Emilio Lussu.
- Lidia Menapace (Novara) — staffetta cattolica, futura senatrice. Pubblicò una delle prime ricostruzioni storiografiche sulla Resistenza femminile.
Le donne non solo cucinavano e curavano: combatterono, fecero saltare ponti, organizzarono attentati, attraversarono linee nemiche con messaggi nascosti nei tacchi delle scarpe. La storiografia ufficiale del dopoguerra le invisibilizzò sistematicamente — un riconoscimento serio è arrivato solo dagli anni '70 in poi.