Le canzoni in montagna
I partigiani cantavano. Cantavano per scaldarsi, per riconoscersi, per non avere paura. Il repertorio era misto: canti alpini ("Sul ponte di Bassano"), canti socialisti ("Bandiera rossa"), inni storici ("Fischia il vento" — sulla melodia di "Katjuša"). Bella Ciao era una delle tante, cantata da alcune brigate emiliane. Sarebbe diventata la canzone solo dopo la guerra.
Il repertorio della Resistenza era un patchwork incredibile, accumulato da decenni di lotta. I canti più diffusi:
- Bandiera rossa — inno socialista del 1908, trasversale a tutta la sinistra
- Fischia il vento — l'inno ufficiale delle Brigate Garibaldi, scritto da Felice Cascione nel 1943 sulla melodia di Katjuša
- Sul ponte di Bassano e Stelutis alpinis — canti alpini della Grande Guerra, ripresi dalle brigate autonome e cattoliche
- La Brigata Garibaldi — canto specifico delle formazioni comuniste
- Pietà l'è morta di Nuto Revelli — canto delle brigate "Giustizia e Libertà" piemontesi
- Dalle belle città — canto antifascista degli anni '30 ripreso nelle prigioni
- Inno di Mameli — già allora «inno della liberazione», cantato anche dai monarchici
Le canzoni avevano funzioni precise: identificazione (riconoscersi tra partigiani senza parlare), addestramento (sostituivano i regolamenti militari), morale (rompevano la paura dei posti di blocco), comunicazione politica (raccontavano la causa a chi non sapeva leggere). Il canto era anche modo per ricordare i caduti: ogni brigata aveva i suoi morti e li nominava nei testi.
Bella Ciao nelle testimonianze. L'etnomusicologo Cesare Bermani ha intervistato per quarant'anni i partigiani sopravvissuti chiedendo cosa cantassero. Bella Ciao nei loro ricordi compare poco: la nominano singolarmente alcune brigate emiliane (Brigata Maiella) e marchigiane. Sarà nel dopoguerra che — diventata «il» canto della Resistenza per ragioni culturali e politiche — si retrodaterà la sua centralità.