Le origini klezmer e yiddish
Prima delle mondine, prima dei partigiani, c'è un'altra storia. Tra il 1880 e il 1914 milioni di ebrei dell'Europa orientale emigrano verso l'Italia e l'America portando con sé un repertorio musicale ricchissimo: il klezmer, la musica delle nozze e delle feste. Nel 1919, a New York, un fisarmonicista ucraino di origine ebraico-rom — Mishka Ziganoff — registra Koilen: la melodia somiglia, nota per nota, a quella che oggi conosciamo come Bella Ciao.
Che cos'è il klezmer. La parola viene dall'ebraico klei zemer, «strumenti di canto». Nasce nei villaggi ebraici dell'Europa orientale — soprattutto Polonia, Ucraina, Lituania, Bielorussia, Romania — fra il Sei e il Settecento. È musica strumentale di nozze, di feste religiose, di celebrazioni famigliari. Si suonano violino, clarinetto, fisarmonica, contrabbasso, tromba, qualche volta cembalo. Le scale sono modali, intricate, con quel suono che oggi chiamiamo «mediterraneo dell'Est» — un misto di lacrime e danza, di sorriso e nostalgia.
I musicisti klezmer (klezmorim) erano professionisti itineranti che viaggiavano di villaggio in villaggio. Non erano studiati al conservatorio: imparavano a memoria, da maestro a allievo, e ogni famiglia aveva il proprio repertorio personale, custodito gelosamente. Le melodie si trasmettevano oralmente — il che significa che cambiavano a ogni passaggio.
L'emigrazione di massa. Tra il 1880 e il 1914, oltre due milioni di ebrei dell'Impero russo, della Galizia austriaca e della Romania emigrano verso le Americhe. Fuggono dai pogrom, dalla povertà, dalle restrizioni zariste. New York diventa la nuova capitale yiddish del mondo: nel 1920 il Lower East Side conta oltre 400.000 ebrei, in maggioranza dall'Est Europa. Con loro arrivano violinisti, clarinettisti, fisarmonicisti — tutti i klezmorim.
Nei primi anni del Novecento, le case discografiche americane (Victor, Columbia, Edison) iniziano a registrare il repertorio yiddish per il mercato interno della diaspora. I 78 giri di klezmer di quel periodo, conservati oggi nella Yiddish Sound Library della YIVO Institute e nella collezione di Henry Sapoznik, costituiscono una mappa preziosa del repertorio prima delle perdite della Shoah.
Mishka Ziganoff e «Koilen», 1919. Mishka Ziganoff (talvolta scritto Tsiganoff o Sziganoff) nasce in Ucraina intorno al 1889, da una famiglia di origini miste: padre rom, madre yiddish. Emigra a New York all'inizio del Novecento e diventa fisarmonicista nei locali del Lower East Side. Suona klezmer per le comunità yiddish ma anche musica popolare romena, jazz, tango — repertorio meticcio che attraversava le comunità di immigrati. Nel 1919 incide per Columbia Records il brano strumentale Koilen, dallo yiddish «carbone» — forse il titolo di un canto di lavoro yiddish o un riferimento a operai e mine. La registrazione su 78 giri è ancora oggi conservata negli archivi della Library of Congress.
Le prime trenta secondi di Koilen presentano una linea melodica che, ascoltata oggi, fa sussultare: è — con poche varianti — la prima parte di Bella Ciao. La somiglianza è troppo forte per essere coincidenza, troppo precisa per essere influenza casuale.
La pista etnomusicologica. Il primo a documentare la somiglianza fu il fisarmonicista italiano Fausto Giovannardi nel 2006, durante ricerche sull'origine ebraica di brani folk italiani. La pista è plausibile per due ragioni storiche:
- La grande emigrazione yiddish in Italia tra fine Ottocento e prima Guerra Mondiale portò comunità ebraiche dall'Est Europa nel Triveneto, in Emilia, in Piemonte. Le risaie della Pianura Padana — dove si svilupperà il canto delle mondine — erano a una giornata di treno dai centri di insediamento yiddish.
- La diffusione discografica. I dischi a 78 giri di musica yiddish circolavano da New York all'Europa attraverso i parenti rimasti. Brani come Koilen arrivavano nelle case italiane molto prima della radio nazionale.
Lo storico Cesare Bermani, massimo studioso italiano della canzone popolare, accoglie la pista con prudenza: «Non si può escludere che la melodia abbia un'origine yiddish o slava. Ma non si può nemmeno provarlo definitivamente. Le melodie popolari migrano in modi che noi storici recuperiamo solo parzialmente». Resta plausibile, evocativa, non certa.
Cosa ci dice questa ipotesi. Se è vera, Bella Ciao ha attraversato l'Atlantico due volte: nata fra ebrei dell'Est Europa, esportata in America con l'emigrazione, ricondotta in Italia tramite dischi e parenti, riadattata dalle mondine delle risaie, trasformata in inno partigiano, riesportata nel mondo a partire dagli anni Sessanta. La cosiddetta «canzone della Resistenza italiana» è in realtà un sedimento di incontri fra comunità che non sapevano nemmeno di esistere l'una per l'altra.
Questa è la lezione più sottile delle canzoni popolari: non hanno autori, hanno antenati. E gli antenati spesso non sono dove pensavamo. Quando un partigiano dell'Appennino emiliano cantava Bella Ciao nel 1944, stava (forse, plausibilmente) cantando una melodia che un secolo prima era sotto la chuppah di un matrimonio in un villaggio della Galizia.
La Shoah e il silenzio del klezmer. Vale la pena ricordare una cosa terribile: il klezmer come tradizione orale viva è quasi sparito con la Shoah. I villaggi yiddish dell'Est Europa furono distrutti tra il 1941 e il 1945. I musicisti, le famiglie, gli archivi: tutto perduto. Il klezmer è sopravvissuto solo nei dischi americani — e nelle melodie come quella di Koilen, che hanno avuto la fortuna di essere registrate prima della distruzione.
Forse Bella Ciao è anche, e senza saperlo, un monumento ai klezmorim scomparsi.